Tradizionalmente, la serra è la stanza delle piante, un ambiente chiuso costruito per ricreare artificialmente condizioni di temperatura, illuminazione e umidità che permettono di coltivare piante che altrimenti crescerebbero solo in ambienti più caldi o, al contrario, più freddi. Luoghi di meraviglia ed esotismo, che ci fanno viaggiare nello spazio e, talvolta, anche nel tempo, alla scoperta di specie botaniche rare, magari perfino estinte in natura, dalle forme e colori mai visti. La serra rappresenta uno spazio di esplorazione, non solo edonistica, ma anche scientifica. Proprio grazie a minuziosi esperimenti su delle piante di Pisum sativum, meglio conosciuto come pisello, il frate agostiniano Gregor Mendel scoprì i fondamenti della genetica moderna.
La serra del futuro si riappropria allora di questa dimensione, trasformandosi in un laboratorio di ricerca e sperimentazione, una sorta di hub dell’innovazione sui generis: sempre, comunque, uno spazio fluido che raggruppa al suo interno diverse identità, senza limiti o separazioni. Non si pensi infatti che l’idea di laboratorio escluda l’imperfezione, l’errore, l’imprevisto; al contrario, non devono mancare le contaminazioni e le ‘erbacce’, metafora di una sana e vitale ribellione allo status quo, di un’indisciplinarietà che diventa fonte di nuove idee e soluzioni creative. All’interno della serra, infatti, è anche possibile sbagliare, studiare i propri errori in un contesto sicuro e favorevole alla nascita di associazioni impreviste; perché «le piante e i fiori sono come i nostri progetti: alcuni non si sviluppano, altri crescono quando meno ce lo aspettiamo» (Romano Battaglia, scrittore e giornalista italiano).